• Mentre parlano sorseggiano acqua bollente in tazzine verdi da tè. Mi sorridono composte: Passang Lhamo e Choying Kunsang non hanno ancora trent’anni, ma già cinque li hanno passati nelle carceri cinesi di massima sicurezza. Arrestate e torturate per aver inneggiato a un Tibet libero e per non aver rinnegato il Dalai Lama, le due giovani monache buddiste del “Paese delle nevi” sono fuggite in India e, con l’aiuto di Amnesty International, sono venute anche in Italia per raccontare la loro drammatica esperienza.

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(foto: ATT)

  • Manette taglienti, stupri, lavori forzati, torture psicologiche e sevizie di ogni tipo, non hanno piegato le due amiche. Adesso possono vestirsi di nuovo con l’abito rosso-arancio e rasarsi la testa, secondo le loro norme religiose. Da qualche anno possono finalmente raccontare al mondo anche l’incredibile storia di una loro compagna di prigionia, Ngawang Sangdrol, arrestata ancora bambina, a 13 anni, e condannata a 22 anni di carcere. Della “piccola” monaca ribelle è stata tradotta e pubblicata una toccante biografia, scritta da Philippe Broussard e Danielle Laeng, “La prigioniera di Lhasa” (Fandango Libri). L’aria da bambolina, il suo spirito fiero, il coraggio e la lunga condanna inflittale ne hanno fatto un’eroina nazionale.
  • Non è più sola. Le sue amiche parlano di un Tibet dove sono sempre più numerose le monache buddiste che vanno al fronte della resistenza pacifista. Un Tibet diverso, più complesso da quello che vede il turista. Ci raccontano la storia, i mesi e gli anni passati dentro le celle di Drapchi, l’Alcatraz delle nevi, costruita da Mao Tse Tung per rinchiuderci i dissidenti. Al buio, lavorando a turno giorno e notte, piegate e rinchiuse in celle piccole come frigoriferi e la mattina, ore e ore coi piedi nudi sul ghiaccio. Sul Tetto del mondo, dove è proibito pregare, tenere in casa una foto del Dalai Lama, e i monaci sono trattati come terroristi, le cifre ufficiali sul numero dei detenuti per motivi d’opinione, sono accuratamente tenute nascoste. Piccole donne coraggiose, che hanno deciso di battersi per un grande ideale: la libertà.
  • Ma una sfida quasi individuale come la vostra, riuscirà a cambiare il corso della Storia?
  • Siamo qui e siamo la voce di chi non ha voce. E’ vero, di solito se si lotta da soli si ottiene poco: all’inizio a ribellarci siamo state in sette, otto amiche (monache, ndr), ma adesso solo nella nostra prigione se ne contano almeno duecento. Una stima è impossibile, il governo cinese tiene nascosto il numero dei prigionieri di coscienza, sia degli uomini che delle donne.
  • In Occidente c’è una grande attrazione verso la spiritualità orientale, ma prevalgono altri valori: il successo, i modelli estetici…
  • E il consumismo, che è più forte degli ideali. Anche da noi del resto ci sono donne molto “materiali”: la felicità però può anche essere truccarsi, farsi belle, vestirsi alla moda. Ma di fronte agli eccessi viene da chiedersi anche se non state perdendo di vista l’importanza e il vero senso della vita, della bellezza. Ma soprattutto la capacità di sognare, di nutrire lo spirito e la consapevolezza di sé: per non mettere il proprio destino in mano ad altri. Capisci?
  • Sì. E’ forse un monito per noi donne in Occidente?
  • Voi, a volte, non vi accorgete più di quello che avete. Bisogna fermarsi, ogni tanto, per essere consci della prpria vita. In Oriente il tempo è ciclico: noi parliamo di reincarnazione, di molte vite e questo dilata la nostra dimensione temporale: abbiamo una diversa visione dell’esistenza.
  • A proposito di futuro: come sarà adesso il vostro?
  • Vogliamo tornare a studiare con i lama nel monastero dove ci siamo rifugiate, in India. Perché quei monaci che voi turisti trovate in Tibet, in realtà non possono neanche nominare la religione, né imparare le preghiere o tenere una foto del Dalai Lama: è impossibile praticare il buddismo in Cina. Un consiglio? Non fatevi mai incantare dalle apparenze.

Pubblicato da DCV DonneconlaValigia

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