di Roberto Imperiali

Premesso che l’interesse di brevettare e’ di chi ha sviluppato l’invenzione, è chiaro che chi non ha sviluppato l’invenzione ha interesse di usare l’invenzione senza che questa venga brevettata. In questo caso infatti non deve pagare le royalties o il sovrapprezzo al possessore del brevetto.
Quindi, in un mercato mondiale composto da paesi o gruppi di paesi, alcuni dei quali hanno sviluppato più brevetti di altri, è interesse dei paesi che detengono un maggior numero di brevetti che il principio brevettuale venga riconosciuto, e possiamo dire che in questo caso l’interesse alla brevettazione e’ direttamente proporzionale alla percentuale di brevetti che un gruppo possiede rispetto agli altri gruppi.
Infatti tanto più la percentuale di brevetti e’ alta in un gruppo di paesi rispetto ad altri, tanto più sarà alta la quota di mercato che questi paesi potranno avere nel mercato complessivo.
Inoltre, poiché i brevetti sono il risultato di un processo tecnologico, possiamo dire che la quota del mercato per i paesi possessori di brevetti e’ in funzione del loro sviluppo tecnologico.
Se si fa l’ipotesi di un mercato globale diviso in due gruppi, uno con il massimo di sviluppo tecnologico e l’altro con sviluppo pari a zero, e nell’ipotesi che tutti i prodotti che vengono consumati possano essere brevettati, avremmo il caso in cui il gruppo possessore dei brevetti vivrebbe di royalties o dell’aumento di prezzo che deriva dalla sua posizione di monopolista per quei prodotti e non di lavoro; mentre l’altro gruppo per vivere dovrebbe solo lavorare, senza avere nessuna rendita.
In questa situazione quindi non e’ interesse del gruppo senza brevetti di riconoscere i brevetti dell’altro perché accetterebbe l’idea che per vivere può soltanto lavorare e alle condizioni del gruppo detentore dei brevetti, che si troverebbe appunto in una situazione di monopolio.
Quindi, l’interesse di chi non ha i brevetti e’ quello di non riconoscere il valore giuridico dei brevetti fino a quando la sua capacità tecnologica di sviluppare brevetti non abbia raggiunto la capacità dell’altro.
E’ quello che e’ successo con il Giappone, ma non solo, il quale giustamente per lunghi decenni non ha riconosciuto i brevetti del resto del mondo e quindi ha usato le invenzioni degli altri copiandole, fino a quando il suo sviluppo tecnologico non lo ha portato ad una capacità di invenzione pari o addirittura superiore agli altri paesi. A questo punto si e’ affrettato a riconoscere la validità legale dei brevetti.
All’interno di un paese a minore sviluppo tecnologico saranno le aziende più avanzate a chiedere il riconoscimento della brevettazione perché questo consente loro di affermare le loro invenzioni sul mercato mondiale. Ma non e’ interesse del paese nel suo insieme di riconoscere i brevetti perché farebbe gli interessi di una minoranza o di una elite al proprio interno a detrimento di tutti gli altri.
La pressione, all’interno dei paesi meno progrediti, ad accettarne il principio brevettuale deriva quindi dall’interesse di una minoranza di industrie (probabilmente le più importanti) che spingono il governo ad un riconoscimento che non fa l’interesse del paese.
E’ evidente ancora che i paesi più progrediti faranno pressione affinché i paesi meno progrediti accettino il principio brevettuale. Per far ciò i paesi più progrediti possono ricattare o promettere ai paesi meno progrediti, come avviene negli attuali accordi internazionali. Si crea quindi un tavolo di trattativa dove i paesi meno progrediti devono sapere chiaro e forte che accettando il principio brevettuale creano un danno a sé stessi.
In un mercato globale d’altronde non e’ più vero che non riconoscendo la brevettabilità in un certo settore non si sviluppi quel settore e che si crei quindi una dipendenza tecnologica. Ho fatto prima l’esempio del Giappone che proprio per non rafforzare una dipendenza tecnologica per lungo tempo ha copiato le invenzioni degli altri, senza riconoscere i brevetti, fino a mettersi al passo con chi era più avanti di lui.
Ma comunque nel mercato globale le imprese di un paese che non ha riconosciuto i brevetti in un certo settore tecnologico possono sviluppare, data la libera circolazione dei capitali, la loro attività in qualsiasi parte del mondo, sia direttamente, sia unendosi finanziariamente a gruppi che tale sviluppo già hanno. E anche in questo caso saranno più favorite se hanno sviluppato la loro posizione nel mercato avendo usato la tecnologia sviluppata da altri, senza aver pagato diritti, perché, come già detto, saranno rafforzate finanziariamente. E se alcune aziende all’interno dei paesi meno progrediti hanno sviluppato delle tecnologie che sarebbe per loro utile brevettare possono tranquillamente brevettarle nei paesi che riconoscono i brevetti senza costringere inutilmente il proprio paese ad indebitarsi verso i paesi che riconoscono i brevetti solo per favorire loro stesse.
E’ altresì vero che spesso la possibilità di brevettare e’ uno stimolo per la ricerca, ma questo vale per la ricerca privata, non per quella pubblica, e quella pubblica può essere incentivata con dei finanziamenti pubblici evitando di portare un intero paese, tramite l’accettazione della brevettazione, in una situazione di dipendenza verso altri.
Se da considerazioni teoriche si passa ora a dati reali, si vede che la maggior parte dei brevetti o diritti di proprietà intellettuale e’ in possesso di ditte del mondo industrializzato.
Ed in particolare nel campo delle biotecnologie le ditte USA hanno già una quantità di brevetti molto maggiore delle ditte Europee e questo spiega l’insistenza degli USA a che si accetti il principio brevettale in questo settore. Data questa disparità, perché mai l’Europa, o gli altri paesi, dovrebbero accettare questa supremazia tecnologica che e’ tale solo nel momento in cui viene riconosciuto il valore giuridico dei brevetti?
La disparità nel possesso dei brevetti significa ancora che a parità di quantità di lavoro la ricchezza media pro-capite tenderà a spostarsi verso i paesi che hanno una percentuale di brevetti superiore ed il rapporto tra quantità di brevetti dei diversi paesi o gruppi di paesi può essere considerato un indicatore della velocità di trasferimento della ricchezza da un paese o gruppo di paesi all’altro.
Nei limiti in cui si considera la ricchezza complessiva un bene finito e’ evidente che dopo un certo tempo tutta la ricchezza relativa a beni brevettabili si sarà trasferita ai paesi possessori di brevetti.
Sarà quindi interesse del paese (o gruppo di paesi) più avanzati tecnologicamente di estendere il principio della brevettabilità (o dei diritti di proprietà intellettuale) il più possibile e possibilmente su tutto.
Questo naturalmente porterà ad una divisione sempre maggiore del mondo globalizzato (cioè senza limiti alla penetrazione economica) tra paesi ricchi e paesi poveri.
Se poi si considera che i detentori di brevetti non sono gli stati in quanto tali ma gli individui o le aziende che all’interno degli stati sono titolari di brevetti si vede che la ricchezza, man mano che i limiti al suo trasferimento (WTO) saranno completamente caduti, sarà diretta verso di loro.
Si creerà quindi una società mondiale che sarà divisa tra chi detiene i brevetti e chi non, cioè chi vive di rendita e chi di lavoro, ricreando su scala mondiale una divisione di classi foriera di tensioni sociali globali sempre più forti.
Si deve prendere coscienza delle conseguenze di questo meccanismo che coinvolge tutti e certamente di più le classi povere, ma che partendo dal basso, erode la ricchezza di tutti gli strati sociali alzando sempre di più il livello di povertà, concentrando la ricchezza in mani sempre più ristrette.
Per questo e soprattutto adesso che cascano le ultime barriere protezioniste, occorre opporsi o almeno ridimensionare i meccanismi economici della brevettazione.
Ad esempio: riconoscere il diritto alla royalty al detentore del brevetto, ma autorizzando chiunque alla produzione del bene brevettato, come già succede in campo musicale.
Questo consentirebbe di retribuire l’investimento fatto per brevettare, ma eviterebbe che chi produce, usando in esclusiva il brevetto, si trovi in una posizione monopolista per quel prodotto.
In altre parole il brevetto deve dare diritto a delle royalties non ad una esclusiva di fabbricazione del prodotto poiché la royalty è legale, mentre la posizione monopolista è illegale, soprattutto in un mondo che professa la libera concorrenza.
Questo eviterebbe anche i casi in cui un’azienda che detiene un brevetto non lo utilizzi e quindi non venda il prodotto per proprie ragioni di mercato con grave danno dei consumatori (v. farmaci brevettati ma non venduti. Fra l’altro in questo caso potrebbe essere configurabile il reato di aggiottaggio) ed eviterebbe che le aziende che non possono sostenere i costi della ricerca vengano messe fuori mercato
Oppure, se si vuole lasciare l’esclusiva di produzione al detentore del brevetto, il prezzo di vendita deve essere definito dallo Stato in base ad una “valutazione di congruità” usando le regole contabili della determinazione del prezzo ed un’analisi dei costi di produzione che lo stato già usa per gli acquisti pubblici a trattativa privata, ma a cui le ditte detentrici dei brevetti si oppongono, per ovvie ragioni.

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