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MISTERI DI STATO/SCOPERTO ECHELON ITALIA 
di di Rita Pennarola [ 05/04/2009] 
http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=199

Prove generali di stretto controllo telematico nei tribunali e Procure di tutta Italia. Genchi lo aveva capito: un grande orecchio e’ in ascolto e con il nuovo Registro Generale Web l’operazione sara’ completata. A realizzare gli apparati per conto di Via Arenula sono alcune big finite nelle inchieste Why Not e Poseidone. Ecco in esclusiva la storia vera dei protagonisti di questo inedito Echelon a Palazzo di Giustizia. Vicende che ci riportano lontano. Fino a misteri di Stato come la strage di Ustica ed il massacro di via D’Amelio.

C’erano una volta i rendez vous segreti nelle suite super riservate dei grandi alberghi. A Roma era l’Excelsior, a Napoli una fra le quattro-cinque perle del lungomare. Nella capitale ricevevano gli uomini di Licio Gelli – quando non direttamente il Venerabile in persona – per impartire quelle direttive stabilite in luoghi ancora piu’ elevati che poi i diversi referenti, tutti d’altissimo rango (compresi capi dei governi e della magistratura) dovevano portare avanti per orientare il corso della storia. Cos’altro era, per esempio, il summit che si tenne al largo di Civitavecchia sul panfilo Britannia della regina Elisabetta il 2 giugno del 1992, quando fu decisa quella colonizzazione selvaggia dell’Italia – attuata a suon di privatizzazioni senza soluzioni di continuita’ prima da Prodi e poi da Berlusconi – di cui ancora oggi scontiamo gli effetti? E cos’altro fu a Napoli, dentro il prive’ a un passo dal cielo con vista sul golfo, quella sorta di “tribunale preventivo” nel quale, al primo scoppio serio di Tangentopoli, nel 1993 vennero convocati i proconsoli democristiani e socialisti per imporre loro di accettare un lauto vitalizio dopo essersi accollati le malefatte giudiziarie dei rispettivi leader politici?
Piccoli squarci di luce sotto un velame oscuro che si e’ fatto nel tempo sempre piu’ plumbeo, ma anche piu’ sofisticato grazie all’uso ardito e sapiente di tecnologie solo vent’anni fa impensabili. Cosi’ a fine anni ottanta, mentre gli americani sperimentavano il controllo a tappeto dei miliardi di abitanti del pianeta collaudando la piu’ straordinaria rete spionistica telematica che fosse mai stata immaginata – Echelon – prima solo in ambito militare, poi estesa anche ad usi civili, in Italia per decidere le sorti della giustizia ed incanalare il destino dei processi era ancora necessario ricorrere ad incontri vis a vis, sfruttando canali di mediazione come le agape massoniche o i pizzini orali, passati di bocca in bocca tra colletti bianchi e intermediari mafiosi.
Da tempo non e’ piu’ cosi’. Almeno da quando, una decina di anni fa, il controllo telematico dei palazzi di giustizia italiani ha cominciato a diventare una rete che avviluppa, scruta e controlla tutto, dai piani alti della Cassazione alla scrivania dell’ultimo cancelliere, dalle Alpi alla Sicilia. Dopo il monitoraggio minuto per minuto delle operazioni finanziarie – che avvengono ormai esclusivamente on line da un capo all’altro del mondo – ora qualcuno sta cercando di tracciare ed orientare definitivamente anche le sorti dell’intero sistema giudiziario nel Belpaese. Al punto che, a distanza di appena quattro-cinque anni dagli spionaggi alla Pio Pompa o alla Tavaroli, il quadro e’ un altro: oggi non serve piu’ spiare, basta entrare nella rete dalla porta giusta, mettersi in ascolto. E poi decidere.
Ne e’ passata insomma di acqua sotto i ponti da quel quel luglio del 1992, quando per coprire errori ed omissioni nel massacro di Capaci si rese “necessario” far saltare in aria anche Paolo Borsellino con tutta la sua scorta, lasciandoci dietro, ancora una volta, tutta una serie di tracce insanguinate, piccoli e grandi particolari cartacei fatti sparire troppo in fretta, come l’agenda rossa, portata via clamorosamente sotto gli occhi di tutti dal colonnello Arcangioli solo pochi minuti dopo l’eccidio. Un sistema, del resto, quello della “pulizia totale”, che compare come un macabro rituale anche in omicidi di quel tempo, quale quello del giornalista antimafia Beppe Alfano, nel 1993, la cui figlia Sonia racconta di quegli autentici plotoni di polizia e carabinieri entrati per ore a devastare armadi e cassetti di una famiglia ammutolita da un dolore lancinante ed improvviso, alla ricerca di carte, documenti, fascicoli, «quasi che il criminale fosse mio padre – racconta oggi Sonia – ancora a terra in una pozza di sangue, e non coloro che lo avevano atteso per ammmazzarlo».
Quella volta pero’, quel 19 luglio 1992, era gia’ in azione un vicequestore siciliano che nell’uso delle tecnologie informatiche era piu’ avanti delle stesse barbe finte nostrane, ancora costrette a perquisizioni, pulizie, furti per occultare le prove dei crimini di Stato. Quel vicequestore si chiamava Gioacchino Genchi. E la sua storia, i violenti tentativi di zittirlo e delegittimarlo fino all’annientamento (come la repentina sospensione dal corpo di Polizia, che ha fatto sollevare l’opinione pubblica in tutta Italia), ci fa ripiombare di colpo dentro l’Italia di oggi, in un Paese dove per uccidere uno o due magistrati non e’ piu’ necessario spargere sangue. Perche’ a tutto pensa il grande Echelon del sistema giudiziario italiano, Che ha – come vedremo – nomi, volti e terminali ben precisi. 

IL PADRE DI ECHELON
E partiamo da un uomo che Echelon ha confessato di averlo realizzato per davvero. O, almeno, ha ammesso di aver collaborato alla messa a punto del Grande Orecchio americano. Quest’uomo si chiama Maurizio Poerio, e’ un imprenditore nei sistemi informatici ad altissima specializzazione e su di lui si soffermano a lungo i pubblici ministeri salernitani che indagavano sui loro colleghi della procura di Catanzaro, messi sotto accusa con una mole impressionante di rilevanze investigative raccolte dall’allora pm Luigi De Magistris grazie anche alla consulenza prestata da Gioacchino Genchi.
Un nome, Poerio, una scatola nera che racchiude mille misteri. Ma cominciamo dall’oggi. E cominciamo dalle tante verbalizzazioni nelle quali De Magistris a Salerno dichiara apertamente che potrebbe essere stato spiato, che tutta la sua attivita’ investigativa era stata probabilmente – o quasi certamente – monitorata fin dall’inizio. Non attraverso gli 007 dei Servizi, ma in maniera semplice e naturale, vale a dire attraverso la societa’ privata che gestisce i sistemi informatici dell’intero pianeta giustizia in Italia. Questa societa’ e’ la la CM Sistemi. Appunto. Con una potentissima e storica diramazione – la CM Sistemi Sud – proprio in Calabria, regione dalla quale la attuale corporate aveva avuto origine negli anni ottanta. Ma anche la regione dove questa societa’ si aggiudica da sempre l’appalto per la “cura” degli uffici giudiziari. E in cui risiede il suo amministratore delegato: quella stessa Enza Bruno Bossio, moglie del plenipotenziario Ds Nicola Adamo ma, soprattutto, pesantemente indagata prima nell’inchiesta Poseidone (il bubbone avocato a De Magistris in circostanze ancora tutte da chiarire sul piano della legittimita’) e poi in Why Not.
Perche’ del colosso CM Sistemi Maurizio Poerio e’ una colonna portante, capace di tessere ed orientare i rapporti con la pubblica amministrazione – leggi in particolare Via Arenula – come e’ scritto, fra l’altro, nell’indicazione specifica delle sue mansioni: “consigliere delegato ai rapporti istituzionali”.
Ma Poerio non e’ solo un manager dell’ICT (Information and Communication Technology) prestato alla CM. Il suo ruolo, come dimostra la perquisizione di De Magistris presso i suoi uffici romani, va ben oltre. L’11 settembre del 2006, interrogato nell’ambito di Poseidone, l’imprenditore calabrese prova a prendere le distanze da quella societa’, che appare gia’ dentro fino al collo nell’inchiesta giudiziaria. «Conosco molto bene – affermava rispondendo ad una precisa domanda – Marcello Pacifico, presidente della CM Sistemi, societa’ per la quale ho collaborato attraverso un contratto di consulenza professionale». Un tentativo estremo di prendere il largo: da buon commercialista (e’ iscritto all’ordine di Catanzaro) Poerio sapeva bene che sarebbe bastata una semplice visura camerale a smentirlo. Della romana CM Sistemi spa, infatti, oltre un milione e mezzo di capitale nel motore, il manager calabrese e’ a tutti gli effetti consigliere d’amministrazione, all’interno di un organigramma che risulta quasi identico a quello della sua costola meridionale, la stessa CM Sistemi Sud capitanata dalla Bruno Bossio. Perche’ allora parlare di semplici “consulenze”? Il fatto e’ che la faccenda si stava facendo complicata. Dal momento che per la prima volta quel grande orecchio invisibile capace di scrutare dentro tutti gli uffici giudiziari italiani stava dando segnali concreti della sua esistenza. E in gioco – cominciava a capire De Magistris, ma ne era ben consapevole da tempo lo stesso Poerio – non c’era solo la storia degli appalti pilotati a Procure e tribunali della Calabria (gara “regolarmente” aggiudicata per l’ennesima voltra alla CM Sistemi Sud), ma la credibilita’ dell’intero pianeta giustizia nel nostro Paese, se non addirittura i destini del sistema Italia. E questo, soprattutto per due principali motivi.
E’ il consulente del pubblico ministero De Magistris, Pietro Sagona, ad illuminare i pm salernitani su alcune circostanze a dir poco imbarazzanti che riguardano la CM Sistemi (siamo al 7 aprile 2008, ma Sagona riferisce particolari che evidentemente erano gia’ ben noti a Poerio e company): «Nell’ambito degli accertamenti da me espletati e’ emersa la rilevanza del consorzio Tecnesud, destinatario di un finanziamento pubblico gia’ in fase di stipula della convezione con il Ministero delle Attivita’ Produttive, non stipulato soltanto a causa della mancanza di uno dei cinque certificati antimafia richiesti e pervenuti relativo alla societa’ Forest srl titolare di un’iniziativa consorziata ed agevolata. Il finanziamento era di sessanta milioni di euro complessivi, otto dei quali a carico della Regione Calabria, il residuo a carico dello Stato». Del consorzio faceva parte anche la CM Sistemi. Ma perche’ alla socia Forest non era stato rilasciato il certificato antimafia? Risponde Sagona: «Presidente della Forest era tale avvocato Giuseppe Luppino, nato a Gioia Tauro il 5 marzo 1959, nipote di Sorridente Emilio, classe 1927, ritenuto organicamente inserito nella consorteria mafiosa dei Piromalli-Mole’». E non e’ finita: «il predetto Luppino risultava esser stato denunciato per gravi reati quali turbata liberta’ degli incanti, favoreggiamento personale, falsita’ ideologica ed associazione per delinquere di stampo mafioso» e sottoposto a procedimento penale a Palmi.
Ricapitolando: la CM Sistemi, talmente affidabile da vincere la gara d’appalto per l’informatizzazione di tutti gli uffici giudiziari nella regione Calabria, sedeva nel consorzio Tecnesud accanto ad una sigla, la Forest, riconducibile ad una fra le piu’ pericolose cosche della ‘ndrangheta.
Una circostanza allarmante. Ma non l’unica. In quello stesso, fatidico interrogatorio dell’11 settembre 2006 Poerio, per accrescere la propria credibilita’ di manager in rapporti transnazionali, non manco’ di aggiungere: «Mi sono occupato per conto della I.T.S. di una serie di progetti per l’utilizzo di tecnologie per le informazioni satellitari per uso civile, quale ad esempio il progetto Echelon negli Stati Uniti d’America e GIS in Italia». Di sicuro, insomma, Poerio era un personaggio che in fatto di “controllo a distanza” poteva considerarsi fra i massimi esperti mondiali. 

I FRATELLI DEL RE.GE.
Fu probabilmente proprio allora che la sensazione di essere spiato divento’ per De Magistris qualcosa di piu’ d’una semplice impressione. Con elementi che nel tempo andavano ad incastrarsi come tessere di un mosaico per confermare quella ipotesi. Sara’ lo stesso ex pm a raccontarlo piu’ volte ai colleghi salernitani, come si legge in alcune pagine delle sue lunghe verbalizzazioni riportate per esteso nell’ordinanza di perquisizione e sequestro emessa a carico della Procura di Catanzaro.
Il 24 settembre del 2008 De Magistris contestualizza innanzitutto tempi e personaggi di quel “sistema” che aveva il suo terminale dentro il ministero della Giustizia, retto nel 2007 dall’indagato di Why Not Clemente Mastella. Ed arriva al collegamento fra quest’ultimo e la CM Sistemi. Ci arriva attraverso un altro carrozzone politico destinatario di enormi provvidenze pubbliche in Calabria, il consorzio TESI, del quale faceva parte la societa’ della Bruno Bossio (e quindi di Poerio): sempre lei, la regina CM. «Personaggio che ritenevo centrale quale anello di collegamento tra il Mastella ed ambienti politici ed istituzionali, oltre che professionali, in Calabria ed anche a Roma – dichiara De Magistris – era l’avvocato Fabrizio Criscuolo, il cui nominativo emergeva anche nelle agende e rubriche rinvenute durante le perquisizioni effettuate nei confronti del Saladino (il principale inquisito di Why Not Antonio Saladino, ndr). Nello studio associato Criscuolo presta servizio quale avvocato anche Pellegrino Mastella, figlio dell’ex-ministro». 
Ma non basta. «Il predetto Criscuolo risulta aver coperto la carica di consigliere d’amministrazione della Aeroporto Sant’Anna spa, con sede in Isola Capo Rizzuto, il cui presidente era il professor Giorgio Sganga, coinvolto nelle indagini Poseidone e Why Not in quanto compariva nell’ambito della compagine della societa’ TESI» in compagnia, appunto, della CM. Insomma, da Mastella a Criscuolo, da Criscuolo a Sganga fino a TESI, dove ritroviamo la CM e gli appalti negli uffici giudiziari. Compresa la realizzazione del RE.GE, vale a dire lo strategico Registro Generale centralizzato nel quale pm e gip sono tenuti a riversare tutte le risultanze del loro lavoro, ma anche ad anticipare le iniziative giudiziarie (perquisizioni, sequestri etc.) che andranno ad effettuare di li’ a poco.
Altro trait d’union fra gli artefici del Grande Orecchio in Procura e l’allora titolare di Via Arenula lo si rintraccia seguendo la carriera del secondo figlio di Mastella, Elio. «Dalle attivita’ investigative che stavo espletando – precisa De Magistris – era emerso che Elio Mastella era dipendente, quale ingegnere, nella societa’ Finmeccanica, oggetto di investigazioni nell’inchiesta Poseidone, societa’ interessata anche ad ottenere il controllo, proprio durante il dicastero Mastella, dell’intero settore delle intercettazioni telefoniche». Ma in Finmeccanica «si evidenzia anche il ruolo di Franco Bonferroni (legatissimo a piduisti come Giancarlo Elia Valori e Luigi Bisignani, ndr) gia’ destinatario di decreto di perquisizione e coinvolto nelle inchieste Poseidone e Why Not, nonche’ il genero del gia’ direttore del Sismi, il generale della GdF Nicolo’ Pollari». E dire Finmeccanica significava in qualche modo tornare a Maurizio Poerio, che proprio insieme a quella societa’ aveva preso parte a numerosi progetti internazionali, in primis quello denominato “Galileo”. 

IL NEMICO TI ASCOLTA
Il 16 novembre 2007 De Magistris dichiara di aver acquisito elementi sull’attivita’ di “monitoraggio” che andava avanti ai suoi danni (e questo spiegherebbe fra l’altro anche il rincorrersi di strane “anticipazioni”, come quando il pm apprese dell’avocazione del fascicolo Poseidone dalla telefonata di un giornalista dell’Ansa dopo che, a sua totale insaputa, la notizia era addirittura gia’ stata pubblicata da un quotidiano locale): «spesso ho avuto l’impressione di essere anticipato, e questo sia in “Poseidone che in Why Not; si e’ verificato, cioe’ proprio mentre… appena arrivo al punto finale, le indagini vengono sottratte. Poi… intervenivano le interrogazioni parlamentari, e arrivavano gli ispettori, e arrivavano le missive. Cioe’ sempre o di pari passo, o qualche volta addirittura in anticipo su quelle che potevano essere poi le mosse formali successive».
Ma le “fughe di notizie”, una volta trovato il sistema per realizzarle, potevano anche essere sapientemente pilotate: «ad un certo punto – dice De Magistris ai colleghi di Salerno nelle dichiarazioni rese a dicembre 2007 – penso che sia stata utilizzata la tecnica di “pilotare” una serie di fughe di notizie per poi attribuirle a me. Si facevano avere notizie anche a giornalisti che avevo conosciuto in modo tale da attribuire poi a me il ruolo di “fonte” di questi ultimi. Per non parlare delle gravi e reiterate fughe di notizie sulle audizioni al Csm anche in articoli pubblicati dal Corriere della Sera e da La Stampa: perfino la mia memoria, depositata con il crisma del protocollo riservato, e’ stata riportata, in parte, virgolettata». 
E cosi’, grazie allo stesso, collaudato “orecchio”, puo’ accadere anche che, alla vigilia di importanti e riservatissimi provvedimenti cautelari, i destinatari siano gia’ ampiamente informati e mettano in atto adeguate contromisure. E se il metodo funziona, perche’ non adottarlo anche in altre Procure, come a Santa Maria Capua Vetere? Torniamo a fine 2007, ai giorni caldi che precedettero le dimissioni di Mastella, il ritiro della fiducia al governo da parte dell’Udeur e la conseguente caduta dell’esecutivo Prodi. «Taluni quotidiani nazionali – osserva De Magistris – hanno riportato fatti dai quali si evincerebbe che lo stesso senatore Mastella o ambienti a lui vicinissimi abbiano contribuito, forse anche con l’ausilio di soggetti ricoprenti posti apicali al Ministero della Giustizia, a far trapelare la notizia degli imminenti arresti da parte della magistratura di Santa Maria Capua Vetere, o che comunque fossero al corrente del fatto e si adoperassero per predisporre una “strategia difensiva”. Del resto resoconti giornalistici informano che il senatore Mastella avesse gia’ pronto un “ricco” discorso in Parlamento ed il consuocero (Bruno Camilleri, cui stava per essere notificata un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, ndr), la sera prima, si fosse ricoverato in una clinica».

DA POSEIDONE A USTICA
Come abbiamo visto, l’Echelon del 2000 non e’ piu’ la creatura misteriosa messa in piedi negli anni della guerra fredda dai pionieri della tecnologia. Oggi le apparecchiature avvolgono in una rete invisibile praticamente tutti i palazzi di giustizia. Ed il controllo e’ centralizzato. Ovvio, allora, che se si intende “gestire” questo sistema garantendosi ogni possibilita’ di accesso occulto (la parola spionaggio a questo punto perde anche di senso) occorre poter contare su garanti fidati. Persone che, per il loro passato, offrano i massimi requisiti di affidabilita’ e riservatezza. 
E torniamo a Maurizio Poerio, le cui origini ci conducono lontano nel tempo. Fino a quel 27 giugno del 1980 quando il DC 9 Itavia caduto nei mari di Ustica con 81 persone a bordo avrebbe dovuto mostrare agli occhi del mondo le attivita’ di terrorismo internazionale messe in atto dal nemico numero uno degli americani, il leader libico Muammar Gheddafi. Un punto chiave dentro quelle complesse indagini (che ancora oggi attendono una risposta univoca sui mandanti) fu il piccolo aereo libico, un MIG, caduto in quelle stesse ore nel territorio di Villaggio Mancuso, sulla Sila, comune di Castelsilano, al quale l’inchiesta di Rosario Priore dedica alcune centinaia di pagine. Perche’ dalla data precisa del suo abbattimento (deducibile anche dai frammenti presenti sul posto) discendeva tutta la ricostruzione dello scenario di guerra in atto quella notte nei cieli d’Italia. Di particolare rilevanza per le indagini il fatto che quel territorio era assai vicino alla base logistica dell’Itavia e degli F16 militari. Un luogo scottante, dunque. Tanto che anche il capitolo sull’impresa che si aggiudico’ i lavori per la raccolta e lo stoccaggio dei frammenti del velivolo libico presenta ancora oggi molti punti oscuri. A cominciare dal fatto che quella ditta fu chiamata a trattativa privata. Ed era in forte odor di mafia.
Passano alcuni anni. Nel ‘93, nell’ambito del Gruppo Mancuso, nasce la Minerva Airlines. «La societa’, di proprieta’ di Maurizio Poerio – annotano i cronisti qualche anno piu’ tardi – si propone di valorizzare l’aeroporto di Crotone, ridotto ad “aeroprato” dopo essere stato base di Itavia e degli F16 militari». 
47 anni, nato a Catanzaro (e verosimilmente imparentato col catanzarese Luigi Poerio, classe 1954, ingegnere edile ed iscritto alla Massoneria), Maurizio Poerio si laurea in economia a Bologna, poi si butta nell’alimentazione del bestiame: torna in Calabria e rileva la Mangimi Sila, piattaforma di lancio per i vertici di Confindustria dove restera’ a lungo (al pm De Magistris racconta, fra l’altro, dei suoi rapporti professionali e d’amicizia con l’attuale leader Emma Marcegaglia). Minerva Airlines viene dichiarata fallita dal tribunale di Catanzaro a febbraio 2004. E Poerio andra’ a rivestire ruoli sempre piu’ apicali nelle principali business company dell’ICT, proiettando al tempo stesso la “sua” CM Sistemi dentro il cuore degli uffici giudiziari italiani. 

DA WHY NOT A VIA D’AMELIO
«Altro che Grande Orecchio nei computer di Giacchino Genchi – dice un esperto in riferimento alle accuse rivolte al principale consulente informatico di De Magistris – la verita’ e’ che la centrale di ascolto ha oggi i suoi terminali al Ministero, nei Palazzi di Giustizia. E che Genchi tutto questo lo aveva scoperto da tempo».
Il tempo che basta per capire le tante, impressionanti ricorrenze tra fatti e personaggi delle attuali inchieste calabresi ed il contesto di omissioni ed omerta’ dentro cui maturarono, nel 1992, la strage di via D’Amelio e le successive, tortuose indagini. Alle quali prese parte proprio Gioacchino Genchi.
E’ stato lui ad indicare senza mezzi termini l’allucinante sequenza delle “similitudini”, senza tuttavia fornire ulteriori particolari. E allora proviamo a ricostruirne qualcuno noi.
Cominciando magari dai Gesuiti, da quella Compagnia delle Opere onnipresente nelle inchieste di Catanzaro (basti pensare alla figura centrale di Antonio Saladino) che all’epoca di Falcone e Borsellino era incarnata a Palermo da padre Ennio Pintacuda, fondatore del Cerisdi, il Centro Ricerche e Studi Direzionali con sede in quello stesso Castello Utveggio che sovrasta Palermo. E nel quale aveva una sede di copertura, nel ‘92, anche quell’ufficio riservato del Sisde che avrebbe rivestito una parte rilevantissima nella strage. Fino al punto che – secondo molte accreditate ricostruzioni – il telecomando che innesco’ l’autobomba poteva essere posizionato proprio all’interno del castello. Pochi minuti dopo l’eccidio Genchi effettua un sopralluogo proprio sul monte Pellegrino, a Castello Utveggio. Si legge nella sentenza del Borsellino bis: «Il dr. Genchi ha chiarito che l’ipotesi che il commando stragista potesse essere appostato nel castello Utevggio era stata formulata come ipotesi di lavoro investigativo che il suo gruppo considerava assai utile per ulteriori sviluppi».
Oggi il Cerisdi svolge rilevanti attivita’ formative su incarico della Pubblica Amministrazione, prime fra tutti la Regione Calabria e la citta’ di Palermo. Suo vicepresidente (per il numero uno va avanti da anni la disputa e la poltrona risulta vacante) e’ un penalista palermitano, Raffaele Bonsignore, difensore di pezzi da novanta di Cosa Nostra. Ma anche del “giudice ammazzasentenze” Corrado Carnevale.
Co-fondatore del Centro Studi era stato negli anni novanta l’allora presidente dc della Regione Sicilia Rino Nicolosi: se la sua era un’investitura di carattere politico, di tutto rilievo operativo nel Cerisdi risultava invece la figura del suo braccio destro Sandro Musco, che si occupava fra l’altro di rapporti istituzionali e con le imprese. Massone, docente di filosofia, Musco e’ oggi tra i principali referenti dell’Udeur in Sicilia. 
Mastella, ancora lui. Il suo nome ricorre, non meno di quello del pentito Francesco Campanella, che ritroviamo nelle carte di Why Not. Fu proprio Musco a consegnare nelle mani di Mastella, durante la convention di Telese del 2005, la lettera privata in cui Campanella si gettava ai piedi del leader: «Carissimo Clemente, ti scrivo con il cuore gonfio di tantissime emozioni, esclusivamente per ringraziarti di cuore poiche’ nella mia vita ho frequentato tantissima gente e intrattenuto innumerevoli rapporti, tanti evidentemente errati. Sei l’unica persona del mondo politico che ricordo con affetto, con stima, con estremo rispetto, perche’ sei sempre stato come un padre per me, e resta in me enorme l’insegnamento della vita politica che mi hai trasmesso. (…) Affido questa lettera a Sandro che tra i tanti e’ una persona che nella disgrazia mi e’ stata vicina. Sappi che ripongo in lui speranza e fiducia per quello che potra’ darti in termini di contributo. È certamente una persona integra di cui potersi fidare».
Il 3 gennaio 2008 Luigi De Magistris chiarisce ai pubblici ministeri salernitani Gabriella Nuzzi e Dionigi Verasani le circostanze in cui compare il nome di Francesco Campanella nell’inchiesta Poseidone: «venni a sapere che poteva essere utile escutere il collaboratore di giustizia Francesco Campanella che ha ricoperto un importante ruolo politico in Sicilia e che risultava essere anche in contatto con esponenti politici di primo piano, in particolare dell’Udc e dell’Udeur. Tale collaboratore mi rilascio’ significative dichiarazioni con riguardo al finanziamento del partito dell’Udc e le modalita’ con le quali veniva “reinvestito” il denaro, dalla “politica”, in circuiti di apparente legalita’. Dovevo escutere il Campanella, persona affiliata alla massoneria – che si stava ponendo in una posizione di assoluta rilevanza nell’ambito dell’organizzazione mafiosa denominata Cosa Nostra – del quale l’attuale Ministro della Giustizia e’ stato testimone di nozze, in quanto aveva rilasciato all’autorita’ giudiziaria di Palermo dichiarazioni con riguardo a presunte dazioni di denaro illecite con riferimento alle licenze Umts che vedevano, in qualche modo, coinvolti sia l’attuale Ministro della Giustizia Clemente Mastella che l’allora Presidente del Consiglio Massimo D’Alema». 
Una circostanza che Mastella, quando era ministro della Giustizia, ha dovuto smentire in aula rispondendo alla domanda di un avvocato. Era Raffaele Bonsignore, vertice del Cerisdi. E difensore dell’imputato di Cosa Nostra Nino Mandala’.
Rita Pennarola [ 05/04/2009] 
http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=199

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Il Blog ha intervistato Antonino Monteleone, giornalista calabrese, dopo il sequestro del suo blog.

“Ciao, mio chiamo Antonino. Ho 23 anni, sono l’organizer del MeetUp di Reggio Calabria e sono un giornalista. Nel 2006 ho aperto un blog, www.antoninomonteleone.it, nel quale spesso e volentieri ho raccontato ed espresso le mie opinioni e valutazioni su fatti e circostanze che ho vissuto per lavoro e riportato dei fatti che sui canali ufficiali non è sempre opportuno riportare. Da venerdì 6 giugno il mio blog è stato posto sotto sequestro: voglio spiegarvi il perché e come si è svolta l’intera vicenda. Subito dopo le elezioni politiche del 2006 decido di pubblicare gli stralci di un documento che durante la campagna elettorale riportava i curricula dei candidati alla Camera e al Senato che sarebbero stati eletti in Calabria perché presenti nelle liste in posizione utile. Parlava di ex consiglieri regionali candidati dopo essersi macchiati di gravi reati contro la pubblica amministrazione: turbativa d’asta, abuso d’ufficio. Ex deputati del centrodestra che passavano al centrosinistra nonostante accuse gravissime come il concorso esterno in associazione mafiosa. Spesso riportavo degli stralci di questo documento, in particolare si trattava quasi sempre di articoli che mettevano assieme pezzi di altri articoli di quotidiani nazionali.

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Parliamo di Repubblica, dell’Espresso, del Messaggero. Il 9 dicembre del 2006 pubblico un articolo dedicato all’onorevole Giuseppe Galati che all’epoca militava nell’UDC, che nel corso del governo Berlusconi uscito vincente nelle elezioni del maggio 2001 ha ricoperto l’incarico di sottosegretario alle attività produttive. Nel 2003 scoppia lo scandalo della Roma bene, l’operazione “Cleopatra” che porta all’arresto di Serena Grandi, alle indagini sul senatore Colombo. L’onorevole Galati emerge dagli atti del GIP del tribunale di Roma come consumatore abituale di cocaina che gli veniva fornita addirittura all’interno del ministero delle attività produttive di cui era sottosegretario. Scrivo questo articolo il 9 dicembre e il 26 febbraio 2007 ricevo da parte dell’on. Galati una email che era titolata come “Atto di interpello ai sensi dell’art. 7 della legge sulla privacy” con la quale mi chiedeva di indicare quali fossero le fonti dalle quali avevo tratto queste informazioni. Soprattutto mi diceva che avrebbe voluto rettificare alcune parti dell’articolo perché inesatte e incomplete e volte a gettare discredito sulla sua persona. Rispondo a questa email il 9 marzo. Non ho risposto subito perché, sorpreso da questa sua comunicazione, volevo raccogliere in maniera dettagliata tutte le fonti che stavano alla base di quell’articolo. Tra l’altro molti degli articoli di stampa si trovavano nella rassegna presente sul sito della Camera dei Deputati. Rispondo a questa email che ho avuto cura di inoltrare per conoscenza anche al Garante per la privacy. Nella stessa email chiedo all’on. Galati di indicarmi quali parti dell’articolo sarebbero state inesatte, incomplete, non veritiere affinché potessi assolvere a quel dovere di rettifica che la legge sulla stampa impone. Nulla. Il silenzio. Questo passaggio è anche riportato in una sentenza di primo grado per il ricorso ex art. 700, una procedura d’urgenza, che mi viene notificata nel luglio dello stesso anno, il 2007. Una bella mattina arriva l’ufficiale giudiziario che mi notifica questo atto di citazione. Il Galati, dopo non avere risposto alla mia email nella quale sollecitavo l’indicazione delle parti secondo lui diffamanti del mio articolo perché fossero modificate, decide di trascinarmi in tribunale. Prima di presentarmi nell’aula di giustizia difeso dal mio avvocato, che per fortuna è anche un mio amico, l’avv. Creaco, scrivo proprio sul blog che il Galati per l’articolo scritto a dicembre mi aveva querelato e che avrei avuto la prima udienza il primo agosto dello stesso anno, due settimane dopo. L’avvocato del Galati chiederà al giudice di stabilire anche che il fatto di aver dato conto dell’imminenza del giudizio, del calendario delle udienze, costituiva una reiterazione della mia condotta diffamante nei suoi confronti. Fatto sta che, essendo stato presentato un ricorso per la tutela d’urgenza ex articolo 700 del codice di procedura penale, il giudice non ravvisa gli elementi fondanti di questa tutela che sono il periculum in mora e il fumus boni iuris dell’eventuale reato contestato e quindi rigetta questo ricorso e condanna il Galati al rimborso delle spese processuali. Questa sentenza viene appellata dal Galati. Ma entriamo nel merito dei dettagli.

L’articolo era in effetti già presente su diversi quotidiani, come dicevo prima anche la rassegna stampa della Camera dei Deputati raccoglieva ampi stralci dell’orinanza del GIP e di alcune vicende legate al curriculum politico del Galati. In particolare di Diario scrive che “Calabrese, il sottosegretario UDC alle attività produttive Giuseppe Galati, coinvolto ma non indagato nello scandalo della cocaina della Roma bene”. Nell’ordinanza del GIP si legge che “Galati, soprannominato Pino il politico, si rifornisce stabilmente di cocaina dal pusher Martello. Gli acquisti hanno cadenza almeno settimanale e sono effettuati direttamente o tramite Armando De Bonis, suo uomo di fiducia che ha libero accesso alle Attività Produttive”. Poi l’articolo va avanti e, come riportato da me nel blog, dice: “Pino Galati è il leader incontrastato dell’UDC nel catanzarese e soprattutto nella sua Lamezia Terme, cittadina il cui consiglio comunale è stato sciolto per infiltrazioni mafiose nel 2002. Tra gli eletti nel consiglio c’era Giorgio Barresi, del CCD, messo in lista per volere di Galati”. Anche questa affermazione che io riporto da questo articolo sul mio blog verrà contestata dal Galati dicendo che lo Statuto non conferiva a lui direttamente la scelta dei candidati nelle liste e per questo motivo la notizia sarebbe falsa e che io avrei dovuto rimuoverla. Giorgio Barresi viene arrestato per usura il 30 settembre 2002 mentre nel luglio del 2001 era rimasto ferito in un conflitto a fuoco a San Biase sempre vicino a Lamezia. Scrive ancora l’articolo pubblicato su Diario che “tra i motivi alla base dello scioglimento del consiglio comunale di Lamezia Terme, la presenza di consiglieri imparentati con esponenti delle cosche locali”, tra questi Peppino Ruberto dell’UDC, personaggio molto vicino a Galati. Il sindaco di Forza Italia lo ha difeso dicendo che si trattava di parentele del quinto o sesto grado. E’ sicuramente una coincidenza, ma il 26 novembre del 2003 un nutrito gruppo di deputati dell’UDC presenta la proposta di legge numero 4254 volta a rendere più difficile lo scioglimento per infiltrazioni mafiose delle assemblee elettive degli enti locali. Non soltanto: davanti al giudice Galati contesterà anche l’attribuzione del suo autista, rinnegherà anche di averlo mai conosciuto. Ma da dove avevo tratto questa notizia? Da un articolo pubblicato su Repubblica relativo all’inchiesta “Poseidone”, la famosa inchiesta sulla depurazione in Calabria condotta dal PM Luigi De Magistris, che assieme all’inchiesta “Why Not” è stata sottratta al PM catanzarese. Scrivono Attilio Bolzoni e Giuseppe Baldessarro, un giornalista di Reggio Calabria: “alla fine del 2003, alla frontiera in provincia di Como, i finanzieri fermano Nicolino Volpe, uomo dell’entourage del sottosegretario dell’UDC Pino Galati. Era insieme a Roberto Mercuri, l’amministratore delegato della Pianimpianti SPA, società che ha fatto man bassa nella spartizione dei depuratori in Calabria”. Accade questo: il giorno dopo scrive a Repubblica: “Ritengo opportuno smentire la circostanza che il Sig. Volpe farebbe parte dell’entourage dello scrivente, proprio in ragione del significato della parola “entourage”: “Persone frequentate abitualmente o ambiente”, dizionario Garzanti – cita Galati – L’affermazione si rivela assolutamente infondata”. Sempre sotto la stessa smentita, i giornalisti di Repubblica Bolzoni e Baldessarro scrivono in corsivo: “Nicolino Volpe frequenta abitualmente la segreteria e la casa dell’on. Galati a Lamezia Terme. In questo senso è stato definito uomo dell’entourage”. Ma per il giudice questo non basta. Appare quindi forzata la parte della sentenza in cui il giudice afferma una cosa particolarmente strana: nell’accertare la verità putativa dei fatti narrati nell’articolo che ho pubblicato sul blog scrive che sarebbe “offensiva l’affermazione secondo cui l’autista del Galati sarebbe Nicolino Volpe”. “In questo caso non c’è prova della verità del fatto che il Volpe fosse autista del Galati, circostanza apparsa su Internet – nell’articolo da me prodotto – ma espressamente contestata dal Galati nel presente giudizio nel fatto che il medesimo Volpe facesse parte dell’entourage del Galati, circostanza apparsa su Repubblica espressamente smentita dal Galati – scrive la sentenza – e poi riconfermata dai giornalisti del medesimo quotidiano. La medesima notizia la cui corrispondenza a verità non è stata provata dal Monteleone – ma io non potevo provarla in effetti – per come riferita risulta volta unicamente a gettare discredito sulla figura del Galati”. Assieme a questo ci sono altre circostanze: l’on. Galati è riuscito a far assumere la sorella all’interno della Regione Calabria col famoso “Concorsone”. Famoso “concorsone” perché vi parteciparono circa 250 tra parenti e amici dei consiglieri regionali o di esponenti politici di un certo calibro, e tutti risultarono vincenti. In particolare io provo documentalmente il fatto che la sorella del Galati sia stata assunta e in questo senso fa un poco sorridere il fatto che, oltre a rinnegare alcuni amici, oltre a rinnegare il proprio autista, il Galati rinneghi anche la sorella. Scrive il giudice che “quanto, infine, alla notizia che il Galati avrebbe sistemato la sorella alla Regione dalla documentazione prodotta in atti emerge che effettivamente tale Galati Enza è stata assunta. A fronte di ciò, il Galati non ha specificatamente contestato che la propria sorella si chiami Enza, ma si è limitato a sostenere che non vi sarebbe prova certa di un rapporto di parentela con costei”. Dall’UDC passa al PDL e infatti scrive Roberto Galullo sul Corriere della Sera: “Alla Camera il Popolo della Libertà in Calabria schiera due “boss”, politici ovviamente, come Giancarlo Pittelli e Giuseppe Galati, entrambi citati più volte nelle inchieste “Why not” e “Poseidone” avocate a Luigi De Magistris in quanto referenti, secondo l’accusa, del comitato d’affari che in Regione si spartirebbe i fondi pubblici. Entrambi negano il ruolo. Galati fiuta l’aria prima degli altri, ha detto addio all’UDC senza versare una lacrima e ha trasferito armi e bagagli e tutto il gruppo, o quasi, in Forza Italia. Da Why Not la mia posizione è stata stralciata – spiega Galati al Sole 24 ore – e presto anche l’altra inchiesta vedrà archiviata la mia posizione. Non ho nulla da nascondere”. Ma Galullo ricorda una vicenda: “E con l’etica in politica come la mettiamo, visto che cinque anni fa finì in una brutta storia di cocaina e prostitute?” “I Calabresi sanno scegliere – dice tranquillo – e sanno che non c’entro nulla con quelle vicende. Ho lavorato solo per la mia terra”. Questa è la vicenda relativa al merito processuale. Poi cosa succede? Che la causa in sede civile si conclude con un’ordinanza della seconda sezione civile del Tribunale pubblicata l’11 gennaio del 2008 che mi ordina di rimuovere alcune parti. Non capisco perché se non sono diffamatorie, non sono condannato pur tuttavia mi viene ordinato di rimuoverle. Fatto sta che obbedisco a questa ordinanza, modifico l’articolo e pubblico in calce che questo è il frutto delle osservazioni mosse dal tribunale di Reggio Calabria. Nonostante ciò il Galati presenta una querela in sede penale. Il problema sta nel fatto che, se abbiamo visto prima che il 26 febbraio del 2007 mi manda una email che prova il fatto che è venuto a conoscenza dell’articolo di cui chiede una rettifica, da quel momento scattano i termini perché l’azione di querela per diffamazione si prescriva perché sono di 90 giorni. Presentando la querela in sede penale, il PM in fase di indagine preliminare e il GIP successivamente avrebbero dovuto rilevare che questa non poteva essere proposta. Si chiama certezza del Diritto: se io so che dopo 90 giorni nessuno a presentato una querela per un articolo devo poter stare tranquillo e non subire questo tipo di vessazione. Succede che il GIP osserva e scrive nel provvedimento di sequestro che mi è stato notificato ben 4 giorni dopo: “volendo prescindere dalla verità obiettiva dei fatti narrati, fortemente contestata dal denunciante, e pur ritenendo che critica esercitata dal giornalista possa essere sorretta dall’utilità sociale dell’informazione, sembra superato il limite della continenza”. A proposito del limite della continenza proprio la seconda sezione del tribunale scriveva che nonostante il linguaggio piuttosto colorito, questo non potesse essere considerato eccedente il limite della pertinenza. Anche perché i post che riportavano questo documento si intitolavano “Politica discarica”. Scrive il giudice: “Benché la definizione della politica come “pattumiera” e quindi del politico come parte di questa pattumiera non sia particolarmente elegante, è pur vero che l’articolo dedicato al Galati è solo uno di una serie di una serie di articoli dedicati a vari personaggi politici calabresi appartenenti sia all’uno che all’altro schieramento politico. Contrariamente a quanto ritenuto dal reclamante, l’espressione non pare funzionale ad orientare il lettore e a condizionarlo negativamente con riferimento alla figura specifica del Galati, ma piuttosto a dare un giudizio negativo dell’intera classe politica calabrese” Dicevamo dell’ordinanza del GIP. Il GIP scrive, e questa è la parte più grave e inquietante di quello che mi sta capitando e che voglio condividere con voi, che “il sequestro” – dell’intero sito internet, non dell’articolo incriminato in attesa del giudizio – va mantenuto per evitare la pubblicazione e la divulgazione sempre attraverso lo stesso sito di altri articoli di eguale tenore”. Non si tratta di una questione semantica, ma il giudice parla di “eguale tenore” non di “eguale contenuto”. Il pericolo non è che io possa scrivere ancora del Galati, ma che io possa continuare a scrivere articoli piuttosto critici dell’operato dei politici calabresi. Questa è la cosa particolarmente grave, perché viene adottata una misura cautelare per impedire la commissione di reati d’opinione. Alla fine della vicenda che vi ho raccontato vedo in un provvedimento di sequestro di un blog adottato con queste motivazioni, che sembrano quasi voler significare “ti dobbiamo tagliare la lingua perché sei un chiacchierone”, mi sento un po’ abbandonato dal sindacato dei giornalisti della Calabria e dall’Ordine dei Giornalisti della Calabria, il cui presidente nel corso della campagna elettorale era impegnato a seguire le convention del Popolo delle Libertà e quindi non poteva probabilmente curarsi di queste vicende, di un giornalista di 23 anni che perde tempo a scrivere congetture sul proprio blog. Il sindacato dei giornalisti, tempo fa, mi diceva che è probabile che l’Ordine decida di avviare una procedura disciplinare nei miei confronti perché in qualità di organizer del MeetUp di Reggio Calabria avrei promosso il referendum per l’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti. Alle mie perplessità mi veniva detto che io non mi ero limitato a firmare ma ero addirittura sceso in prima linea, anche divulgando dei comunicati stampa, in cui esprimevo le mie opinioni sull’Ordine dei Giornalisti. Sono imbavagliato e a parte il giornale per il quale lavoro, strill.it, ed altri siti internet non se n’è curato nessuno. Un giornalista amico mi ha detto “caro Antonino voglio esprimerti la mia solidarietà anche se non posso scriverlo sul mio giornale” e io ho dovuto rispondergli che sono io che esprimo a lui la mia solidarietà perché non possa scriverlo sul giornale per il quale lavora. Io ancora continuo a non capire a cosa serve avere una tessera di iscrizione all’Ordine dei Giornalisti quando poi non vieni tutelato e non c’ è nessuno che dica una parola, un “bah”, un “però”, un “caspita addirittura!” oppure che dica hanno fatto bene perché te lo meritavi ed è giusto così. Non capisco perché per un articolo debba essere chiuso l’intero blog. Non capisco perché bisogna assecondare le richieste dell’avvocato di un politico e spero vivamente che non si sia trattato di pressioni che abbiano subito in questa fase i magistrati, i GIP piuttosto che il PM, ma che si sia trattato di un errore commesso in buona fede per semplice ignoranza del mezzo e dello strumento informatico”. Antonino Monteleone

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